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Videotestimonianze Ivres

Ivres raccoglie e rende consultabili videotestimonianze sulla storia del lavoro nel Veronese nell'ambito della realizzazione del progetto "I lavori a Verona dalla ricostruzione al boom economico, nelle immagini e nelle testimonianze orali" in collaborazione con il regista Gianluigi Miele e l'Associazione Documenta, memoria, immagine, territorio. Hanno partecipato al progetto anche Riccardo Filippini e Gabriele Mazzi.

La raccolta di fonti orali si rende particolarmente necessaria per la forte lacunosità di testimonianze documentarie all'interno degli archivi sindacali nella seconda metà del novecento. Mestieri scomparsi, vertenze aziendali e lotte di forte impatto collettivo si perderebbero nel tempo se non si intervenisse con la registrazione di videotestimonianze.

Le videotestimonianze sono presentate di seguito, raggruppate per aree tematiche e di alcune di esse è possibile vedere in anteprima il trailer. Per l'insieme delle anteprime è possibile visionare il canale Youtube Ivres Verona.

 

CONSULTA IL CATALOGO DELLE VIDEOTESTIMONIANZE

  


AREE TEMATICHE

I mestieri scomparsi

Bachicoltura

Coltivazione degli iris

Pastorizia sul Monte Baldo

Pesca sul Lago di Garda

Ricamo

Tessitura

Il rabdomante

Altri temi del lavoro nel novecento - Emigrazione

 

Il lavoro in fabbrica e il lavoro attuale

Amianto

Cooperative di consumo

Marmisti

Lavoro operaie tessili

Storia sindacale (1)

Terziario e lavoro part-time

 

Altre testimonianze

Storia sindacale (2)

Immigrazione

Lavoro in ospedale psichiatrico

 

I mestieri scomparsi

BACHICOLTURA

Non esiste più l'allevamento dei bachi da seta nelle campagne veronesi. Per molti anni ha consentito alle famiglie contadine, solitamente composte nella parte settentrionale della provincia da coltivatori diretti, di avere denaro liquido soprattutto per pagare le tasse dei piccoli fondi di loro proprietà. I contadini vivevano di produzioni destinate in buona parte all'autoconsumo e che quindi non davano somme sufficienti di denaro liquido per l'acquisto di quei manufatti che non si potevano produrre in famiglia (scarpe, attrezzi agricoli, medicine) ed era importante per loro avere del denaro contante. La coltivazione dei bachi aveva anche il pregio di essere pagata dai grossisti in tempi celeri, alla consegna dei bozzoli, e quindi di essere utilizzata per pagare i debiti accumulati durante l'inverno con i negozianti. La bachicoltura venne organizzata con regole rigide durante il ventennio fascista. Coloro che vendevano la semenza dovevano avere un speciale permesso ottenibile solo dopo un lungo corso di formazione. I prezzi erano imposti e alla fine della stagione i bozzoli dovevano essere consegnati a raccoglitori autorizzati. La coltivazione durava circa un mese e mezzo. Venivano disposti dei graticci, solitamente nelle camere da letto, per l'occasione sgomberate dai mobili. Per dormire la famiglia si arrangiava con sistemazioni di fortuna. Sui graticci si mettevano i minuscoli bachi che incominciavano a nutrirsi di foglie di gelso. Nel giro di qualche settimana i bachi crescevano e diventavano voracissimi. Occorreva alimentarli in continuazione anche durante la notte. Questo era un lavoro destinato alle donne che riempivano dei sacchi di foglia e si svegliavano per sfamare i bruchi. Dopo una settimana i bachi salivano sul bosch, dei rami che venivano posti sui graticci, e i bachi incominciavano a produrre i bozzoli. Terminata la maturazione occorreva sottoporre i bozzoli ad una rigorosa cernita e quindi portarli al compratore con cui ci si era accordati. Dai bachi si ricavava la spelaia, una sorta di seta di seconda scelta che veniva utilizzata dalle donne per confezionare piccoli capi eleganti come le velette e i guanti. G. Miele

Documentario collegato alle videotestimonianze: Cavaleri. A S. Zen la somensa in sen, regia di G. Miele, Società privata degli ex originari di Pesina, 2014 

 

Videotestimonianze disponibili

Giuliana Forigo - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, 2015 - Durata 56'

Giuseppe Sometti - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, 2012 - Durata 23'

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COLTIVAZIONE DEGLI IRIS

Nella Val d'Illasi, zona geografica che è parte delle prealpi veronesi, i monti Lessini e si estende da Caldiero e comprende i comuni di Colognola ai Colli, Illasi, Tregnago, Badia Calavena, Selva di Progno e Giazza e a Campiano nell'adiacente val Tramigna,dall'inizio del secolo fino a circa il 1980 si praticava la coltivazione e successive lavorazione e commercio dei rizomi di iris.

Gli iris o giaggioli venivano qui chiamati "gadoi” o “riossi”, a seconda del crinale glottologico di appartenenza.

Tale lavoro umile ma dignitoso e' rimasto nel cuore e nella memoria degli anziani della valle; in particolare gli abitanti di Badia Calavena venivano chiamati “sbondariossi” termine dialettale che significa monda (sbonda) giaggioli (riossi).

Gli iris crescevano inizialmente spontaneamente lungo I cigli delle terrazze (alzari) sulla collina, tra le colture presenti che al tempo erano essenzialmente grano e mais; i rizomi degli iris venivano raccolti in luglio in una rotazione triennale e successivamente venivano puliti, lavati e lasciati ad essiccare al sole d'estate in lunghe file appese alle finestre delle case.

L'estrazione dal terreno veniva eseguita dagli uomini mentre la sbucciatura e successiva pulizia veniva eseguita da vecchi, donne e anche bambini ed era accompagnata da elementi di socializzazione quali canti e chiacchierate inteminabili che si svolgevano nelle corti e nelle aie.

Una volta seccati i rizomi venivano insaccati e portati ad un mediatore che li comprava e li inviava per la distillazione dei preziosi oli essenziali, tra i piu' preziosi per la loro essenza raffinata, sia all'industria profumiera nazionale che a quella francese della zona di Grasse.

I rizomi venivano altresì macinati per la produzione di farine che servivano oltre che all'industria della cosmesi anche a quella alimentare e a quella farmaceutica.

Il lavoro con gli iris dava alle famiglie una fonte di reddito di sussistenza garantita in quanto I fiori crescevano senza particolari necessità di coltura ed il lavoro era sempre garantito anche in caso di siccità o particolari eventi metereologici avversi. Il lavoro dava quindi un reddito sicuro per le famiglie contadine della valle ma non era proporzionato all'effettiva fatica impiegatavi in quanto una volta seccati i rizomi diminuivano il peso e ne servivano in grandissima quantità per poterne ottenerne un sufficiente guadagno. I commercianti e mediatori del luogo invece riuscivano a ricavarne ricchezza e prestigio tanto da celebrarne il lavoro nelle loro case con splendidi affreschi ancora ben conservati e documentati.

La coltura venne abbandonata quando i prezzi dei rizomi calarono per le produzioni marocchine che garantivano al mercato un prodotto ad un prezzo piu concorrenziale e quando in concomitanza di ciò vennero costruiti dei pozzi e aumentò la disponibilità di acqua per irrigazione nella valle, consentendo lo sviluppo colture piú redditizie e meno impegnative quali inizialmente quella delle ciliegie e recentemente quella della vite.

Attualmente alcune iniziative di associazioni e comuni della valle hanno riportato l'attenzione su questo fiore ancora ben presente nei campi e sui bordi delle strade della zona e che vuole divenire ora un elemento paesaggistico, sentinella della memoria, con nuova valenza di presidio per la conservazione del territorio. R. Filippini

Documentario di riferimento, nel cui ambito sono state effettuate le riprese: IRIS, non solo un fiore. I gadoi della Val d'Illasi, di Riccardo Filippini, Verona, 2016

 

Videotestimonianze disponibili

Rosetta Battisti, Lidia Cassini, Maria Cassini, Livia Fasoli - Videotestimonianza raccolta da R. Filippini, 2015

Rina Cattazzo - Videotestimonianza raccolta da R. Filippini, 2015 - Durata 59'

Otello Perazzoli - Videotestimonianza raccolta da R. Filippini, 2015 - Durata 23'

Chiara Reggiani - Videotestimonianza raccolta da R. Filippini, 2015 - Durata 29'

Stefano Tacconi - Videotestimonianza raccolta da R. Filippini, 2015- Durata 52'

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PASTORIZIA SUL MONTE BALDO

Il Baldo nel tardo medioevo era un enorme pascolo utilizzato da tutte le comunità del fondovalle. Gli appezzamenti di terreno erano spesso di proprietà collettiva degli abitanti Originari (coloro che da tempo immemorabile possedevano loco e foco - abitazione e residenza - nella loro comunità). Spesso i pascoli venivano messi annualmente all'asta e i proventi erano suddivisi tra i capifamiglia delle famiglie originarie, proprietarie del fondo dato in affitto agli aggiudicatari. Venezia nel XVI secolo diede impulso all'allevamento dei bovini e la pastorizia baldense, inizialmente rivolta agli ovini, allevò massicciamente mucche e buoi. In montagna erano allevamenti fissi che avevano bisogno di infrastrutture per l'attività casearia, per proteggere i pastori dalle intemperie e gli animali, come i maiali, che accompagnavano l'allevamento dei bovini. Nacquero così le malghe del Baldo con la caratteristica forma allungata che costellano, purtroppo spesso in stato di abbandono, ancora le pendici della montagna. I pastori del Baldo, ormai ridotti a poche decine, a differenza dei loro colleghi della Lessinia, non hanno certificato i loro prodotti caseari. Producono un formaggio denominato Monte (dalle tre monte, le tre mungiture necessarie per ricavare il latte) che viene commercializzato suddividendolo in quattro stadi di maturazione (fresco e d'allevo che a sua volta si classifica in mezzano, vecchio e stravecchio).

Ci siamo impegnati a documentare tutte le fasi della lavorazione del formaggio, dalla mungitura alla salagione, prestando particolare attenzione alle modalità usate nei secoli scorsi. Abbiamo raccolto con le videotestimonianze le osservazioni e i racconti di vita dei pastori ormai in pensione. Il futuro della pastorizia dei bovini sul Baldo è legato all'evoluzione tecnologica che consenta il rispetto delle norme igieniche ignorate fino a qualche decennio fa e all'adozione di marchi che garantiscano il consumatore.

Sul Baldo Garda poi vi sono ancora alcuni pastori di pecore che con i loro greggi praticano il pascolo vagante oppure quello fisso in alta quota, nella fascia oltre i 1600 metri dove non arrivano i bovini. Il pascolo vagante richiede grande abnegazione e sacrificio da parte dei pastori che ci ricordano che il loro lavoro richiede un impegno per tutti i giorni dell'anno. In primavera si parte dai pascoli di mezza montagna in grandi spiazzi erbosi dove non si praticano altre attività. La permanenza su un luogo non può superare i quaranta giorni poiché le deiezioni degli animali, oltre tale limite, avvelenano il terreno che richiede altrettanto tempo di "riposo" prima di essere nuovamente pascolato. Dalla mezza montagna si risale lentamente con tre o quattro tappe fino ad arrivare sulla sommità del monte, facendo attenzione ai pericolosi crepacci e burroni. Al 29 settembre le malghe dei bovini si svuotano e gli ovini possono insediarsi per qualche tempo nel territorio lasciato libero dalle mucche. Successivamente inizia una lenta transumanza che porterà pecore e capre in pianura a pascolare nei campi in quel momento non coltivati. Solitamente si raggiunge un accordo tra pastori e contadini che acconsentono al pascolo, perché gli animali concimano il terreno e lo rendono libero da arbusti. Pochissimi utilizzano il gregge per il latte. Gli animali vengono invece macellati per la carne. La lana che una volta veniva filata dalle donne della zona, ora non ha più valore e il suo smaltimento è un onere per il pastore. Recentemente però su questa questione vi è una inversione di tendenza perché, essendo la lana un ottimo isolante naturale, viene impiegata nell'edilizia. G. Miele

Documentario di riferimento, nel cui ambito sono state effettuate le riprese: Le Malghe dei Tereri, di Gianluigi Miele, Verona, 2012

 

Videotestimonianze disponibili

Adriano Bonafini - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, 2012 - Durata 10'

Dario Bonafini - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, 2012 - Durata 10'

Fausto Bresaola - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, 2012 - Durata 51'

Fausto Bresaola - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, 2013 - Durata 11'

Liberio Cecchi - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, 2013 - Durata 34'

Nadia Rossi - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, 2013 - Durata 8'

 

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PESCA SUL LAGO DI GARDA

Sul Garda attualmente lavorano circa un centinaio di pescatori professionisti e avventizi. Il gruppo più numeroso è a Garda con circa quaranta addetti. Per la maggioranza di loro il lavoro della pesca si esercita tutto l'anno, all'infuori di alcune grandi festività, altri invece pescano prevalentemente d'estate mentre in autunno e inverno si dedicano soprattutto a lavori agricoli come la raccolta delle olive e la coltivazione della vite e dell'ulivo. D'estate, con il turismo che inizia a Pasqua e finisce a ottobre, vi è una forte domanda pescato e il lavoro è molto duro: i pescatori salgono in barca dopo mezzanotte per ritirare le reti con cui hanno catturato le alose, procedono nelle prime ore dell'alba per salpare le reti con i coregoni, ed infine a mattinata inoltrata svuotano le reti che attentano a persici, tinche, cavedani. Alla sera prima del tramonto escono nuovamente nel lago per deporre le reti. Riposano negli intervalli di tempo tra un'attività e l'altra. Il guadagno di un pescatore è discreto e consente solitamente una vita faticosa ma serena. Come si sa uno dei principali motivi che spingono i turisti a frequentare una località è l'enogastronomia. Il pesce quindi, come l'olio e il vino, sono determinanti per sostenere il fiorente turismo gardesano. Con i motori marini e le moderne reti di nailon il lavoro del pescatore è agevolato rispetto a quello dell'immediato secondo dopoguerra per cui la quantità di pescato annuo che si ricava oggi dal lago è di 3000 Q esattamente la stessa che si ricavava agli inizi del '900 con circa 1000 addetti. L'ittiofauna benacense però è cambiata: se all'inizio del secolo scorso il commercio più redditizio riguardava trote, carpioni e anguille, oggi si catturano soprattutto coregoni, alose e persici con un fatturato annuo di circa 1.500.000 € (il pesce costa mediamente 5€ al chilo per 300.000 chili =1.500.000€).

Le prospettive della pesca sul Garda sono legate alla condizione delle acque del lago. Sul Benaco insistono due modelli di turismo: quello della parte alta del bacino attento all'ambiente e alla sua conservazione, che promuove attività compatibili con l'equilibrio ambientale, anche perché la conformazione delle rive non consente spazi per fare diversamente e uno di tipo adriatico, con grandi parchi di divertimento, edilizia intensiva e intenso traffico automobilistico. Questo secondo modello è incompatibile con la buona qualità delle acque e quindi con la pesca. G. Miele

Documentario di riferimento, nel cui ambito sono state effettuate le riprese: Pescaor, di GianLuigi Miele, 2009

 

Videotestimonianze disponibili

Bruno Cavallaro - Videotestimonianza raccolta da G. Miele - 2009 - Durata 54'

 

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RICAMO

Il ricamo eseguito dalle giovani nell'ottocento era promosso da organizzazioni filantropiche e religiose per "togliere le ragazze dalla strada". A Verona don Nicola Mazza e don Cappelletti, suo allievo, diedero impulso a tale attività arrivando a livelli di eccellenza. I destinatari dei lavori erano soprattutto coppie di sposi molto ricche che si facevano ricamare la dote dalle allieve degli istituti religiosi, cogliendo così il duplice obbiettivo di arricchire la loro biancheria e di compiere una buona azione nei confronti delle meno fortunate (e forse di risparmiare anche un po'). Destinatari dei lavori delle giovani ricamatrici erano anche importanti negozi di stoffe della città, che vendevano la tela ricamata con notevoli profitti. Si trattava di un lavoro artigianale sviluppato su larga scala come ben dimostrano le foto dell'epoca che ritraggono decine di lavoratrici intente al ricamo. Le condizioni di lavoro erano in certi casi molto dure: nel caso frequente di commesse urgenti si poteva passare la notte al lavoro. Le dodici-quattoridici ore di lavoro giornaliero non erano infrequenti. Gli occhi delle lavoratrici spesso si ammalavano e perdevano lentamente la vista. Con l'avvento delle macchine da ricamo il lavoro delle ricamatrici a mano sparì. Forse qualcuna di loro seppe adattarsi all'innovazione e imparò l'uso del nuovo macchinario, ma la maggioranza abbandonò il lavoro.

Le varie scuole di ricamo però rimasero in funzione pur con un volume di attività molto ridotto. Le ricamatrici che le frequentano erano e sono donne con spiccato senso artistico che nel ricamo vedono un campo in cui esprimere la loro creatività, uno spazio di libertà da impiegare solo per sé. Più che scuole si tratta di circoli nati per il ricamo ma che ora organizzano anche molte attività culturali che consentano alle socie di occupare il tempo libero in modo soddisfacente. Naturalmente non si lavora più per il mercato ma i manufatti ricamati sono destinati a figli, amici, alla parrocchia e in qualche caso vengono messi in vendita in alcune feste del volontariato, per sostenere attività di solidarietà. G. Miele

Documentario di riferimento, nel cui ambito sono state effettuate le riprese: Filo, filò, storie di ricamatrici, regia di Gianluigi Miele, 2015

 

Videotestimonianze disponibili

Liliana Gaburro - Videotestimonianza raccolta da G. Miele - Durata 03'

Primarosa Pozzo - Videotestimonianza raccolta da G. Miele - Durata 33'

Pierina Tommasi - Videotestimonianza raccolta da G. Miele - Durata 04'

Luigina Zampini - Videotestimonianza raccolta da G. Miele - Durata 03'

 

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TESSITURA

Videotestimonianze disponibili

Maria e Rosa Giacomazzi - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, 2015 - Durata 47'

 

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IL RABDOMANTE

Videotestimonianze disponibili

Giuseppe Sometti - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, 2012 - Durata 26'

 

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Altri temi del lavoro nel novecento - EMIGRAZIONE

Videotestimonianze disponibili

Alfeo Fasoli - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, 2015 - Durata 34'

Luigi Sartori - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, 2015 - Durata  28'

Giuseppina Tommasi - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, 2015 - Durata 39'

Maria Bianca Tommasi - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, 2014 - Durata 45'

 

 

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Il lavoro in fabbrica e il lavoro attuale

AMIANTO

A Verona le morti di lavoratori esposte all'amianto sono più di una decina, ma molte vittime, soprattutto nei primi tempi, quando la consapevolezza della pericolosità del minerale era meno diffusa, non sono state contabilizzate. L'amianto è stato utilizzato nella costruzione di carri ferroviari, nell'edilizia con il cemento-amianto, nel settore termo-meccanico, nelle vetrerie. La pericolosità delle fibre di amianto era conosciuta nel mondo scientifico a partire dagli anni '30, ma anche per la cattiva circolazione delle informazioni, solo negli anni '50 in Europa si iniziarono a prendere delle precauzioni sui luoghi di lavoro. Negli anni '60 la Svezia proibì l'utilizzo dell'amianto nella coibentazione delle navi della marina militare, mentre lo stato italiano tramite le FFSS – Ferrovie dello Stato imponeva le lavorazioni con amianto a spruzzo alle aziende che fabbricavano o ristrutturavano carri ferroviari. Solo nel 1992 in Italia vennero proibite le lavorazioni con l'amianto, nel frattempo vi erano stati migliaia di morti, basti pensare all'Eternit di Casale Monferrato. Abbiamo intervistato lavoratori di aziende veronesi dove la sostanza veniva impiegata e concordemente hanno dichiarato di essere sempre stati all'oscuro dei pericoli corsi. Vi sono stati ricorsi legali, promossi da lavoratori e da organizzazioni sindacali, contro le direzioni aziendali che hanno stabilito che venisse utilizzato dell'amianto. In alcuni casi i dirigenti sono stati condannati e alle imprese è stato imposto un risarcimento per i danni provocati ai lavoratori che vivono nell'angoscia, perché il picco delle morti, data la lunga incubazione del mesotelioma causato dalle fibre di amianto, si raggiungerà nel decennio 2020-2030. G. Miele

Documentario di riferimento, nel cui ambito sono state effettuate le riprese: La cintura di amianto. Storie di difese della salute e prevenzione delle malattie professionali, di Gianluigi Miele, 2011

 

Videotestimonianze disponibili

Arnoldo Benassuti - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, 2010 - Durata 46'

Andrea Castagna - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, 2010 - Durata 30'

Claudio Marcolungo - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, 2010 - Durata 18'

Mario Micheletto - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, 2010 - Durata 32'

Aldo Morin - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, 2010 - Durata 20'

Claudio Zuffo - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, 2011 - Durata 48'

 

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COOPERATIVE DI CONSUMO

Arrigo Avesani, socio della Cooperativa di consumo "Peri Coti" di Quinzano (Verona) - Videotestimonianza raccolta da G. Mazzi, 2014 - Durata '32

Ernesto Banterle, socio della Cooperativa Pedemonte di Valpolicella - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, 2012 - Durata 46'

Ernesto Banterle, socio della Cooperativa Pedemonte di Valpolicella - Videotestimonianza raccolta da G. Mazzi, 2014 - Durata  28'

Gian Umberto Donatoni, socio della Cooperativa Pedemonte di Valpolicella - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, 2012 - Durata 11'

Davide Mantovanelli, Segretario della Legacoop di Verona - Videotestimonianza raccolta da G. Mazzi, 2015 - Durata 13'

 

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MARMISTI

Nella provincia di Verona vi sono due zone dove si lavora il marmo: una è in Valpolicella e l'altra, meno importante, in Valpantena. Nel comune di S. Ambrogio di Valpolicella si estrae il marmo rosso ricco di ammoniti, sin dai tempi dei Romani. Il lavoro, fino al secondo dopoguerra, si faceva prevalentemente a mano. Gli operai, con l'ausilio di una mazzetta e delle punte di ferro molto lunghe, staccavano i blocchi dalla montagna che poi venivano mossi con le binde, dei macchinari meccanici simili ai cric delle automobili, e fatti scivolare su piani inclinati tramite rulli. Dal piano inclinato i blocchi di marmo passavano su carri a trazione animale e avviati al luogo di spedizione, inizialmente sulle rive dell'Adige. Si trattava di un lavoro faticoso e pericoloso che causò mutilazioni e morte tra i lavoratori. Con la fine dell'ottocento i marmisti veronesi in parte emigrano negli Stati Uniti, dove imparano a lavorare con meno rischio, ma soprattutto conoscono le moderne tutele sociali, il pensiero anarchico e poi quello socialista che aveva contribuito a farle sorgere. Tornati a casa, gli emigrati costituiscono la Cooperativa Piatti, dal nome del fondatore, che promuove regole più umane di lavoro, a partire dall'orario e dal salario. La Cooperativa assume personale che ha frequentato la Scuola del marmo dove i lavoratori imparano nozioni di storia dell'arte, ma soprattutto di disegno, che impiegheranno per scolpire bassorilievi, capitelli di colonne, lapidi. I marmisti sono dunque lavoratori con alta professionalità e consapevoli del loro valore. Nel mezzo della campagna fortemente vocata alla produzione del vino, nasce una forte classe operaia che sarà di riferimento anche per altre fabbriche della zona. Accanto alla socialista cooperativa Piatti sorge anche la cooperativa Unione marmisti, di ispirazione cattolica, che competerà, ma anche collaborerà, con la sorella socialista. Ora le due cooperative non esistono più (la sola Unione marmisti occupa qualche operaio). Anche il lavoro è fortemente mutato. L'estrazione del marmo rosso di Verona è limitatissima e si pratica prevalentemente per il materiale necessario al restauro. Nella Valpolicella si tagliano invece marmi provenienti da tutto il mondo come le maestranze che li lavorano, emigrate dall'Africa, dal Marocco, dalla Nigeria. G. Miele

Documentario di riferimento, nel cui ambito sono state effettuate le riprese: Da la lea a la cala (Dall'alba al tramonto). Storie di scalpellini e marmisti della Valpolicella, di GianLuigi Miele, 2010

 

Videotestimonianze disponibili

Armando Buglioli, già delegato sindacale Fillea - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, anno 2010, durata 56'

Andrea Castagna, sindacalista Cgil - Videotestimonianza raccolta da G. Miele,  2010, durata 30'

Mario Montresor, marmista - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, 2010, durata 25'

Giuseppe Onego, marmista - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, 2010, durata 37'

Marco Renso, direttore Spisal - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, 2010, durata 35'

Epifanio Silvi, già lavoratore nelle cave di marmo - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, 2010, durata 40'

Gaetano Veronesi, già delegato sindacale Fillea - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, 2010, durata 57'

Armando Zenorini, delegato sindacale - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, 2010, durata 44'

 

 

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LAVORO OPERAIE TESSILI

Videotestimonianze disponibili

Mariangela Vesentini, già lavoratrice della Coster - Videotestimonianza raccolta da G. Miele e V. Catania, anno 2009, durata 54'

 

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STORIA SINDACALE (1)

Videotestimonianze disponibili

 

Gabriella Poli, sindacalista Cgil - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, 2014, durata 57'

 

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TERZIARIO E LAVORO PART-TIME

Del lavoro delle commesse abbiamo colto soprattutto la questione dell'orario anche se nelle interviste sono emersi molti aspetti collegati al lavoro, innanzitutto il salario ma anche le relazioni famigliari, il tempo per sé, la vita quotidiana. Le lavoratrici, in nome della flessibilità svolgono il loro lavoro su fasce orarie "impossibili". Le addette alle pulizie hanno un orario spezzettato con sospensioni di qualche ora, che a volte non consente loro, visti i tempi di percorrenza del tragitto casa-lavoro, di tornare a casa e quindi sono costrette, durante le ore di inattività, a soffermarsi o sul luogo di lavoro o nelle vicinanze. Le commesse analogamente possono avere l'orario di lavoro distribuito su più fasce giornaliere e al sabato e alla domenica difficilmente godono del riposo settimanale. La vita affettiva, il rapporto con i figli, sono i primi a risentire le conseguenze di questa flessibilità eccessiva. G. Miele

Documentario di riferimento, nel cui ambito sono state effettuate le riprese: Flessibili ed elastiche, di GianLuigi Miele, 2010

 

Videotestimonianze disponibili

Orietta Battistolli - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, 2010

Barbara Bicego - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, 2010 - Durata 29'

Conchita Boaretto - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, 2010 - Durata 22'

Larissa Borbemaga - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, 2010 - Durata 21'

Paola Salvi - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, 2010 - Durata 17'

 

 

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Altre testimonianze

STORIA SINDACALE (2)

Videotestimonianze disponibili

Romano Calzolari - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, 2010 durata 57' e 58' 

Carlo Ramella - Videotestimonianze raccolte da G. Miele, 2010, durata 53' e 57'

 

   
 

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IMMIGRAZIONE

Documentario di riferimento, nel cui ambito sono state effettuate le riprese: Immigrate - Emigrate, di Gianluigi Miele, 2012

 

Videotestimonianze disponibili

A. T. R. Rodriguez, M. Fronza, S. Nele, I. Chervinska, immigrate - Videotestimonianza raccolta da G. Miele e V. Catania, anno 2012, durata 49'

R. Granados, immigrata dal Perù - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, Anno 2010, durata 34'

Don Danilo Rudi, già parroco di Sant'Ambrogio di Valpolicella - Videotestimonianza raccolta da G. Miele e G. Poli, anno 2010, durata 35'

 

 

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LAVORO IN OSPEDALE PSICHIATRICO

Videotestimonianze disponibili

Suore, già lavoratrici dell'ospedale psichiatrico di S. Giacomo - Videotestimonianza raccolta da G. Miele, durata 53'

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